l’oro in bocca

Installazione performativa, a cura di Pietro Gaglianò,  all’interno del progetto site-specific “I cercatori d’oro” (residenza e workshop),  per Toscanaincontemporanea 2017 [ CapoTrave-Kilowatt, Anghiari Dance Hub, Regione Toscana e Monterchi (AR)]

“I cercatori d’oro” è stato un progetto incentrato sulla performance art  e rivolto a 4 giovani artisti under-35, tutti operativi in Toscana. Ho basato il lavoro dei ragazzi ed il mio sull’esplorazione delle pratiche performative e relazionali,  con l’intento di produrre ognuno un proprio lavoro per la fine della settimana. Il fulcro della nostra attenzione è stato il paese ospitante, Monterchi, nel cuore della Val Tiberina.
L’obiettivo dichiarato dei nostri lavori era quello di offrire agli abitanti un modo altro di guardare la propria storia ed il proprio presente, andando alla ricerca dell’oro nascosto, inteso qui come le relazioni preziose e le dinamiche non raccontate che tengono in vita il tessuto sociale del paese.
Dopo 5 giorni di ricerca sul campo, fatta di interviste e incontri intensi, ho intuito  l’esistenza di una specie di buco nero. Tutti gli abitanti hanno estensivamente parlato di molte questioni diverse, dello scarto generazionale nel tramandare le proprie tradizioni e della sostanziale mancanza di giovani, dei conflitti politici, discussioni incancrenite su vicende storiche ma anche citando la bellezza della propria terra e del proprio patrimonio storico ed artistico, fortemente segnato dalle opere di Piero della Francesca. Nessuno però ha parlato della presenza a Monterchi di  7 richiedenti asilo, tutti provenienti da differenti stati africani. Ho dunque dedotto che la loro presenza non fosse parte voluta di alcuna conversazione riguardo l’esistenza e l’appartenenza  al paese.

Dopo aver incontrato i ragazzi richiedenti asilo, di ritorno dai campi di tabacco dove stavano finendo una raccolta stagionale, ho fatto amicizia con  Harouna, profugo del Mali. Abbiamo chiacchierato a lungo e ho compreso come a lui mancasse la possibilità di attuare il rituale di socializzazione tipico della sua terra: fare il tè del deserto, come si usa nel Sahara. La teiera e i bicchieri erano troppo cari per lui, avendo molta difficoltà nel trovare un lavoro stabile poichè nessuno si fida di una persona nelle sue condizioni. Gli ho chiesto se mi avrebbe insegnato questo metodo per fare il tè qualora avessi trovato io tutto l’occorrente e lui ha accettato immediatamente, con un bellissimo sorriso. Ho poi realizzato che il mio intervento possibile era proprio lì, davanti ai miei occhi.
Così ho chiesto ad Harouna se poteva -dietro compenso- fare questo lavoro per me: fare il tè tutto il pomeriggio per un abitante  alla volta e me. Ho poi allestito uno spazio in una casa abbandonata del paese, ho steso coperte in terra, ho trovato tutto il necessario per fare un tè nel deserto ed ho permesso ad ogni visitatore, per soli 10 minuti, di godersi la scoperta di questo oro nascosto del paese: una cultura altra ed un rituale fatto per accogliere le diversità e confrontarsi con la propria diffidenza.
Il luogo era al buio completo, poi Harouna accendeva la luce tutte le volte che un visitatore varcava la soglia.

credits:
Harouna Samake, Ariele Savini,
Silvia Mencaroni
Matteo Coluccia, Marco Mercati
fotografie:
Elisa Nocentini