apparato di cattura

Performance Lo Savio-specific, collettiva “In che senso Italiano” Bibo’s Place, Todi

Ho inteso l’opera di Francesco Lo Savio (1935/1963) come il tentativo continuo di muovere dal grado zero della materia, dal vuoto (esistenziale?) che assorbiva ogni luce ed ogni profondità, articolando questo tentativo come un pensiero strutturale e pratico che gli permettesse di concepire un’uscita: penetrare il vuoto con la luce, permettere alla luce di essere pensata e vissuta come un attraversamento nella materia sensibile facendola diventare azione. Il visitatore guarda il quadro ed il quadro sembra espandersi (ogni cerchio iscritto in un quadrato sembrerà allargare il suo contorno), poi la superficie si interseca, crea doppioni di se stessa, diviene filtro materico e poi si fa’ curva metallica, sottile come una linea ed esce dalla bidimensionalità che la tiene ancora al muro. Visto con occhi deleuziani tutto il lavoro di Lo Savio mi appare come un tentativo luminoso di striare uno spazio psichico altrimenti amorfo e immenso; striarlo nel senso di organizzare un pensiero sul mondo, definire la materia sensibile con la solidità del ragionamento geometrico e fenomenologico, abbracciando la luce come forza sistematizzante.

“Mi colpi’ soprattutto il pathos, la grande passionalità simbolica che lui collegava al suo razionalismo, a quelle sue opere apparentemente ‘fredde’.” G.C.Argan

Ho elaborato delle partiture fisiche per un visitatore alla volta e mi sono posta come filtro, come diaframma alla visione della mostra di Lo Savio: si poteva entrare solo se accompagnati da me all’interno. Due minuti appena di percorso guidato, al buio, con una cuffia che rimanda un tracciato audio ogni volta diverso ed ognuno abbinato a sei delle opere in mostra, le mie mani che guidano e deformano il corpo del visitatore, infine il rimanere improvvisamente sbendati di fronte all’opera a cui si e’ stati indirizzati.

Se l’intera opera di Lo Savio dimostra una costante necessita’ di intrecciare “trame e orditi” concettuali ed esperienziali (muovendosi nella dimensione psichica nera/liscia dentro cui egli era immerso), ho dunque scelto di bendare i visitatori per portarli ad esperire la medesima dimensione “liscia”, nera per creare una visione successiva dirompente, potenziata dalla totalità dell’opera di fronte a loro.

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traccia audio 1 / (U. Kultermann) Le creazioni di questo periodo, inoltre, esplorano le possibilita’ offerte dall’arte destinata alla massa e Lo Savio trasferisce addirittura il proprio atelier all’interno di una fabbrica per analizzare la produzione meccanizzata. Basato su disegni di grande finezza e precisione, il processo di realizzazione avviene dunque direttamente in loco, nel contesto della fabbrica ma porta alla creazione di originali. L’impiego al massimo grado della tecnologia industriale ha avuto come risultato la creazione di lavori che, nel loro modulare superfici nere, si sono caricati di emotività riuscendo a toccare l’animo e la mente dello spettatore.

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traccia audio 2 / (F. Lo Savio) Anche quando tu, spettatore, camminerai intorno al mondo che ho creato – anche quando voi spettatori inarticolati, tavole e sedie e altre opere fatte e create, trasmetterete le vostre vibrazioni – i miei drammi plastici i miei drammi di nascita e creazione, di luce e di spazio, si svolgeranno in uno spazio di silenzio fabbricato da me. Perche’ io li ho rinchiusi in un ventre, in un rifugio di pietra impastata e cemento.

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traccia audio 6 / (F. Lo Savio) per me la luce non e’ la sequenza di un dipinto, ma piuttosto la soma di immagini diverse in continuo movimento evolutivo. Il concetto della luce, intesa come pura osservazione, risulterebbe privo di senso se non fosse inserito in contatto diretto con la dinamica essenziale dell’origine della vita. Ogni aspetto dell’esistenza della luce si pone in relazione con un elemento di altro genere ed intraprende un viaggio nell’esplorazione della possibilità di perdere il significato dell’esistenza stessa, l’estremo viaggio nel vuoto.

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traccia audio 4 /(G. Uncini) si, era una specie di pulsazione, non era neanche una forma, era un’espandersi dall’interno verso l’esterno e viceversa, ma piu’ che altro io la pensavo come una pulsazione, una cosa che si muoveva in superficie e che veniva fuori come un pulviscolo luminoso. La superficie sicuramente spariva, era veramente un’immagine, uno spaccato di un condensato d’aria compressa che assume un colore, ma non era sicuramente un monocromo inteso come pittura monocromatica, perche’ non era pittura e questa era la cosa che ci accomunava tutti in quel periodo, il superamento dell’informale.

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credits:

Angela Andreina Rorro

voce: Matteo Boetti